Recensione La vita agra, di Luciano Bianciardi

Copertina di La vita agra, di Luciano Bianciardi

Ci sono libri che sono come le bottiglie di vino d’annata. Una volta aperti vanno fatti respirare un po’ per gustarli al meglio, e magari versati nel giusto calice per favorire la riattivazione delle note aromatiche ed esaltarne i profumi.

Tuttavia quel vino potrà comunque risultare più gradevole ad un palato e meno ad un altro.

La mia prima esperienza di lettura de “La vita agra” di Luciano Bianciardi è rientrata nella seconda categoria.

Lo lascerò decantare ancora un po’ per poi degustarlo nuovamente e trovare conferma o meno a questo mio primo parere.

“La vita agra” è un libro, in parte autobiografico, che parla della relazione di uno scrittore con Milano, la metropoli maggiormente rappresentativa del boom economico del dopoguerra (siamo nel 1962); dello smarrimento in una città dove le relazioni umane sono rarefatte e ciò che conta è il denaro; dell’alienazione dell’individuo che diventa un ingranaggio di un sistema che lentamente lo consuma; della delusione provata nel lavoro presso una grande casa editrice (Feltrinelli, nella realtà) e, infine, del suo moto di ribellione a tutto questo e dell’aspirazione a liberarsi da queste catene.

Sono temi decisamente importanti e Bianciardi ebbe il merito di essere uno dei primi ad analizzarli.

Poco dopo, nel 1964, lo fece anche Italo Calvino con Marcovaldo, scegliendo un operaio come protagonista dei suoi surreali racconti.

Lo stile del romanzo e la trama sono, invece, ciò che meno mi hanno colpito, ma è un libro particolare che in parte risente dell’epoca in cui è stato scritto.

Dato che i temi trattati nel romanzo mi sono molto cari, come dicevo in apertura della recensione, lo rileggerò perché immergendosi più volte in un testo si colgono dei nuovi aspetti che potranno confermare o meno le prime impressioni.

Nel consiglio comunque la lettura!

Avete letto questo libro? Vi aspetto con piacere nei commenti! 😉